mercoledì, 04 Agosto 2021

Cambridge Analytica: fino a che punto la legge è tenuta a proteggere il cittadino da se stesso?

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La scoperta del massivo utilizzo di dati personali da parte di Cambridge Analytica, con la collaborazione più o meno consapevole di Facebook, sta suscitando un nuovo clamore mediatico e fa rabbrividire gli strenui difensori della privacy on line.

Da giurista, mi interrogo da qualche anno sul tema dell’equilibrio sempre in bilico, soprattutto all’interno della rete, tra diritti fondamentali. In questo caso, mi sembra che rilevino contestualmente almeno quattro posizioni giuridiche costituzionalmente tutelate: il diritto degli utenti alla riservatezza, il diritto di iniziativa economica di Facebook, il diritto di propaganda politica di Cambridge Analytica o, comunque, di chi ha utilizzato quei dati e, infine, la libertà di informazione e all’informazione di tutti i protagonisti della vicenda.

In altri termini, è vero che gli utenti che hanno inserito i propri dati sul web, anche sensibili, possono affermare di aver subito un pregiudizio per l’uso, non espressamente voluto, che ne è stato fatto; ma è anche vero che quei dati, una volta acquisiti da Facebook, possono essere riutilizzati, in linea di principio, anche per legittime attività economiche e politiche del social, o di altri soggetti con cui esso stipula accordi, purché, anche questi, legittimi.

Certo, va verificato con attenzione il confine esatto tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è, e qui inizia la complessità, a partire dall’accennato difficile equilibrio tra diritti parimenti meritevoli di tutela.

Se si analizza la normativa e la giurisprudenza europea degli ultimi anni, si può senz’altro affermare che l’ambito di tutela che ha allargato più degli altri i propri confini è stato quello della privacy, intesa non tanto come tutela della riservatezza ma come protezione dei dati degli utenti. In questa direzione vanno le tre note sentenze della Corte di Giustizia che, nell’ordine, hanno annullato la direttiva sulla data rentention, riconosciuto, in termini generali, il diritto all’oblio degli utenti nei confronti di Google, annullato il c.d. accordo di safe harbor sul trasferimento dei dati immessi sulla rete dai cittadini europei verso le aziende americane.

E nello stesso senso, va menzionato il Regolamento sulla privacy che entrerà in vigore nel prossimo maggio e che rafforza considerevolmente i diritti degli utenti e, al contempo, gli obblighi dei soggetti pubblici e privati che trattano massivamente dati personali.

Si potrebbe, quindi, pensare che i diritti contrapposti alla protezione dei dati sulla rete debbano comunque recedere di fronte ad esigenze sempre più pressanti di tutela del trattamento di quei dati. In realtà, non è proprio così, o, quanto meno, non è e non può essere sempre così.

La stessa UE, ad esempio, ha recentemente rinegoziato gli accordi per il trasferimento dei dati in favore delle aziende americane formalizzandole nel c.d. privacy shield, che contiene certamente maggiori garanzie di tutela per gli utenti europei rispetto al safe harbor, ma che valorizza inevitabilmente il valore economico dei dati personali legittimandone lo sfruttamento.

In termini generali, è impensabile che una normativa sulla privacy, per quanto stringente, possa pregiudicare tout court diritti economici e, a maggior ragione, diritti politici che rilevano rispetto all’utilizzo di quei dati.

In particolare, non è giuridicamente sostenibile che un partito politico, direttamente o indirettamente, non possa utilizzare i big data per la propria attività di propaganda. O meglio, se quei dati sono stati raccolti e acquisiti legittimamente perché, ad esempio, sono stati profilati gli utenti sulla base di dati spontaneamente forniti – e quindi senza la violazione di chat private o codici di accesso – non è pensabile che l’utilizzo in chiave economica o politica di quei dati sia, comunque, sproporzionato rispetto all’esigenza di protezione dei dati stessi.

Si ribatte, a tal proposito, che ammettere l’uso dei big data per finalità politiche ed economiche legittimerebbe campagne aggressive e spesso mistificatorie che possono ingannare gli utenti. Il tema della privacy si intreccia, qui, con quello delle fake news che, a dire di molti, inquinerebbero soprattutto il dibattito politico on line.

Anche in questo caso, tuttavia, il diritto non può riconoscere, a priori, il valore assoluto della privacy in caso di contrasto con altri valori di rilievo costituzionale. Men che meno, è ipotizzabile vietare o sanzionare una parte della comunicazione politica sulla rete in nome di una supposta “verità negata”. Certo, esistono, anche in questo caso, condotte illecite che l’ordinamento punisce, ad esempio se configurano fattispecie di diffamazione. Da qui, però, ad ipotizzare che il legislatore possa spingersi a proteggere sempre e comunque i dati che gli utenti hanno, consapevolmente e volontariamente, fornito ai social, arrivando persino a precludere campagne di comunicazione politica nei loro confronti, risulta, probabilmente, un po’ troppo “dirigistico”.

Cito, per concludere, una esperienza diretta, a mio avviso emblematica di come il rimedio giuridico risulti sin troppo invocato e sopravvalutato rispetto ad altri rimedi che potrebbero assai meglio arginare il cattivo funzionamento della rete.

Una studentessa di un mio corso universitario, tra le più interessate e attente, condivide sul proprio profilo Facebook un post virale che imputava a uno dei tanti fratelli immaginari di Laura Boldrini la titolarità di un ricco contratto presso la Camera dei Deputati, a scapito di tanti giovani disoccupati privi di analoghe parentele. La stessa studentessa commenta con frasi di disapprovazione e disprezzo tale circostanza e la gran parte dei propri amici apprezza, condivide e riformula analoghi commenti.

L’interrogativo mi sembra, allora, il seguente: può il diritto porre rimedio a questo grave deficit informativo o, piuttosto, altri strumenti, che operino possibilmente ex ante e in modalità formativa anziché punitiva, risulterebbero assai più efficaci?

In altri termini, è più corretto limitare la libertà di tutti per punire i comportamenti di qualcuno o è più efficace rafforzare la consapevolezza di ciascuno per depotenziare, e demotivare, la strategia di quel qualcuno?

In ultima analisi, fino a che punto l’ordinamento è tenuto a proteggere il cittadino da se stesso?

 

di Giampiero Falletta

[dt_quote font_size=”normal”]è impensabile che una normativa sulla privacy, per quanto stringente, possa pregiudicare tout court diritti economici e, a maggior ragione, diritti politici che rilevano rispetto all’utilizzo di quei dati[/dt_quote]
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